Assolo

di Laura Morante

“La solitudine è spesso un’occasione di rivelare se stesse a noi stesse.”

Vi offro, umilmente, la mia prima recensione cinematografica. Non è mai accaduto, prima d’ora, che sentissi l’esigenza di scrivere di un film, soprattutto perché, lo ammetto, il cinema raggiunge la mia parte emotiva più profonda con difficoltà.

Ma stavolta non posso non indurvi, bel popolo femminile, ad andare a vedere Assolo di Laura Morante che, oltre ad averlo scritto, lo ha anche diretto in modo eccelso ed interpretato nel ruolo della protagonista femminile, Flavia.

Onore e gloria vanno riconosciuti anche ad una inarrivabile Piera Degli Esposti, artista per la quale provo venerazione estrema, nel ruolo della Dottoressa Grünewald.

Laura Morante, si sa (e per chi ancora non lo sapesse, sta per apprenderlo), è nipote d’arte: Elsa Morante, sua zia, nonché, a mio parere, la migliore scrittrice contemporanea che l’Italia possa vantare, ha partorito, lungo il suo percorso letterario, incredibili figure di donne e, quando scrivo incredibili, lo intendo proprio nella vera accezione della parola: <<incredibile ovvero non credibile, difficile a credersi,  per lo più riferito, spesso con valore iperbolico, a cosa che, per essere straordinaria, eccessiva, singolare, quasi non può essere creduta>>. Voglio ricordare, solo a esemplificazione di ciò che asserisco, la figura di Nunziata ne L’isola di Arturo e quella di Ida Ramundo ne La storia. Vi ho dato quindi, deformazione professionale, due nuovi consigli di lettura.

Ritorniamo alla Morante odierna, alla donna Laura che, con questo suo lavoro, c’illumina su una realtà femminile tutt’oggi frequente e, ahimè, disgraziatamente animata dalle devastanti conseguenze per il nostro benessere psicofisico: la dipendenza totale dall’uomo, sia essa latente o conclamata, e la necessità inspiegabile che abbiamo di ricoprire il ruolo di crocerossine, tutte intente a rendere il percorso di vita maschile piano e soffice, privo di buche e scossoni, mentre il nostro, non solo fa acqua da tutte le parti, sfaldandosi e crollando come le cime di un monte travolto da slavine e smottamenti di fango, ma si riempie di cespugli spinosi e ostili per liberarsi dai quali occorrono anni di terapia e lenta e faticosa ricostruzione. Insomma, ma perché? Perché quest’atteggiamento remissivo nei confronti di un essere che non è altro che un agglomerato di carne e ossa come noi? Perché questo senso morboso di attaccamento che mina la nostra psiche, annulla noi stesse e sconfina nell’umiliazione?

Assolo (e già il titolo indica l’uno, la singola entità), racconta la storia di Flavia, la quale ha alle spalle due matrimoni falliti. Flavia, falsamente convinta della sua incapacità di stare al mondo, di tenersi a galla con le sue sole forze, mantiene rapporti d’amicizia con gli ex mariti, diventando inoltre amica delle nuove mogli, alle quali affida, peraltro, a una, essendo medico, la sua salute, all’altra, essendo brava nel far di conto, la gestione delle sue finanze, e torturandosi nel chiedersi, di continuo, per quale motivo i suoi ex compagni hanno realizzato con le loro nuove mogli, i sogni che, con lei, erano rimasti chiusi nel cassetto.

Flavia entra a far parte di un sistema perverso: lascia che tutti governino la sua vita e per quanto tenti di riuscire a raggiungere obiettivi, quali prendere la patente (metafora, mi par chiaro, dell’incapacità di guidare la sua esistenza) o imparare a ballare il tango (metafora dell’incapacità d’interazione sana col genere maschile), fallisce, fallisce sempre miseramente.

Flavia è, per tutta la durata del film, uno zero rotondo e goffo, sospinto dove gli altri, compresi i suoi figli, desiderano. La sua analista, brusca, diretta, severa, la scuote vigorosamente e le fornisce, con l’obiettività che le compete, diversi punti di vista, diverse angolazioni da cui osservare – per riflettere con mente nuova, scevra da condizionamenti- la sua esistenza.

<<Voglio una nuova possibilità!>>, esclama ad un certo punto Flavia, dando l’impressione di essersi ridestata dal torpore che la soggioga.

<<Se la prenda!>>, risponde altrettanto determinata l’analista!

Il fatto è che spesso ci sono quelle porte che vogliamo chiudere per poterne aprire altre, immaginando dietro a quest’ultime, nuovi orizzonti, nuove esotiche frontiere che ci attendono scintillanti, che sembrano dirci che aspettano solo noi  per permetterci di realizzare una vita a nostra immagine e somiglianza; in realtà – e questo è stato il ragionamento più ragionevole (perdonate il gioco di parole) che abbia mai sentito, che mi abbia indotta, personalmente, a una riflessione più attenta e introspettiva – quelle porte, a volte, non vogliamo chiuderle, ma aprirle… aprirle per vedere, finalmente, cosa ci sia dietro che ci mette così tanta paura. Porte che sono rimaste magari socchiuse, in una condizione perpetua di limbo e che, una volta spalancate, hanno ridotto le grandi paure a misere briciole di nulla. Perché gli esseri umani sono tutti deboli, fragili, insicuri allo stesso modo; perché scopriamo che, dietro all’apparenza di forza e gagliardezza che alcuni ostentano, ci sono frustrazioni soffocate, perversioni, tradimenti, e, allora, ecco che coloro che rappresentavano per noi modelli ideali di vita, si rivelano irreali, imperfetti, insicuri.

Flavia scoprirà, alla fine del film, che le nuove famiglie che i suoi mariti si sono creati, sono anch’esse perverse e fallimentari; scoprirà che ha perso gran parte dei suoi anni a farsi le domande sbagliate, a elemosinare attenzioni, amore, compagnia nei modi sbagliati, violentando la sua Natura, il suo essere bella per quello che è, privandone così il mondo, solo per compiacere gli altri e vivere, con loro, le loro vite e non la sua.

Aggiungo un’ultima cosa, molto importante: il valore positivo che, in Assolo, viene riconosciuto alla solitudine, la quale, il più delle volte, è associata a una nefasta condizione dell’anima (in alcuni casi lo è, ma non in questo, credetemi!). La Dottoressa Grunewald, con piglio feroce, domanda a Flavia se prova solitudine e cosa sia per lei la solitudine. Non voglio svelarvi la risposta della donna, voglio solo poter dire che la solitudine è spesso un’occasione di rivelare se stesse a noi stesse. Intendo dire che non c’è comprensione senza l’ascolto. Non ci si può interrogare e conoscersi se non si è in grado di stare da sole. E non si può essere pronte ad amare gli altri se prima non abbiamo imparato ad amare la nostra persona, accettandone i limiti, le debolezze, valorizzandone i talenti, i doni.

La Dottoressa Grünewald fa notare a Flavia come abbia trascorso da single solo un misero periodo della sua vita: uomini, uomini e ancora uomini si sono susseguiti rapidi nel suo cuore e, di ognuno, lei ne ha sposato gli interessi, gli hobby, il lavoro, le simpatie, le antipatie, i sogni. Lei è sempre stata una coda che i suoi compagni si sono trascinati dietro. Dunque, alla domanda: chi è Flavia? Flavia saprebbe rispondere? Certo che no!

La nostra identità è importante e non è interscambiabile. È sapere chi siamo e cosa vogliamo che ci permetterà di fare le scelte che ci renderanno felici. È la libertà di decidere con la nostra testa che ci farà vincere, perdere, sbagliare, imparare, non di certo la totale assimilazione o il totale asservimento all’altro.  

Tutto questo per dire che, sin da piccole, dovrebbero parlarci dei silenzi e delle solitudini come occasioni, dovrebbero insegnarci che il volerci bene e il renderci autonome sono le priorità, i primi obiettivi da raggiungere nella vita. Ciò che scegliamo di fare, chi metterci al fianco, per esempio, deve essere un arricchimento, qualcosa che, se ci porta gioia, terremo accanto con cura, qualcosa che, se ci offende e maltratta, faremo cadere voltandogli per sempre le spalle, magari, nei casi più estremi, aiutate, difese e protette da un sistema di leggi che, ad oggi, vergognosamente, ancora non esiste.

Laura Morante ha saputo affrontare una tematica impegnativa con un tocco intelligente di leggerezza, talvolta ironia: si ride, si sorride, ci si amareggia e ci s’indigna, ma quando ci si alza da quella poltrona, sfido chiunque a poter dire di non aver sentito un tarlo insinuarsi nella mente.

Buona scoperta di voi,

IlariaLetterata